La scuola di gomma e Vento di Terra
Sono le otto del mattino al campo dei beduini Jahalin, sulle dune di Gerico. I bambini entrano in classe in fila indiana, con i grembiulini bianchi e blu, sorridenti come andassero a una festa.
Poco più in là pascolano le capre e un cammello dorme al sole. I piccoli studenti, una quarantina di bambini tra i 6 e i 10 anni, prendono posto nella aule dalle pareti color del deserto, con i tappeti rossi in terra.
E’ la scuola elementare di Al-Khan Al-Ahmar di Gerico, ma ormai in tanti la chiamano semplicemente la scuola di gomma.
Nei muri spessi e freschi di queste aule si nascondono più di mille pneumatici neri. «Per costruire questa scuola non abbiamo usato cemento. Non ci sono fondamenta.
E’ fatta interamente di copertoni riciclati riempiti di terra e acqua, rivestiti ancora di terra e infine intonacati con olio di falafel. E’ un edificio caldo d’inverno e fresco d’estate che non disperde energia», spiega Inam, la ragazza palestinese che lavora con l’ong italiana Vento di Terra, artefice dell'iniziativa.
«Anzi, presto l’energia dovrebbe prenderla direttamente dal sole, grazie ai pannelli fotovoltaici che si pensa di installare sul tetto». Eppure questo edificio, che è anche uno splendido esempio di bioarchiettura ispirata agli Earthship del New Mexico, rischia la demolizione.
Scuola smontabile
Siamo in un campo di beduini della Cisgiordania, in una zona C, ossia una parte del territorio palestinese nel quale Israele vieta agli arabi di costruire case. Poco lontano sorge Maale Adumim, una delle colonie israeliane illegali più grandi e organizzate dei Territori Palestinesi.
Nel poco spazio che rimane ai Jahalin, relegati tra l’autostrada, l’insediamento illegale e i checkpoint, i bambini non hanno mai avuto una scuola. Hanno sempre raggiunto a piedi o in pullman quella più vicina, a Gerico. Nel marzo 2009 Vento di Terra ha avuto un’intuizione.
Perché non progettare una scuola senza cemento e senza pavimento? Una scuola smontabile, ecologica e inattaccabile dal punto di vista legale. Mimetizzata con la terra e a costi zero.
Massimo Annibale Rossi e Dario Franchetti contattano due architetti italiani esperti in bioarchitettura, che elaborano un progetto ispirato alle realizzazioni ecologiche di Michael Reynolds nel New Mexico.
Per due mesi si lavora sodo: i ragazzi Jahalin imparano la tecnica di costruzione con Valerio Marazzi, che rimane al cantiere per tutto il tempo necessario.
I volontari vengono da Ramallah, da Gerusalemme e dall’Italia. Lentamente arrivano anche i soldi. Si parte con 8.000 euro, racimolati da donatori e cooperazione decentrata. Poi le suore comboniane aggiungono 10.000 euro e Israeli committee against house demolitions (Icahd) altri 8.000 euro.
Ogni giorno tra giugno e luglio il campo si riempie di giovani americani, palestinesi, italiani che seguono le indicazioni dell’architetto: raccolgono gomme, le aprono con un martello, infilano terra, le mettono una sull’altra a formare muri, e le ricoprono di terra del deserto. Pian piano dal semplice perimetro di pneumatici neri si delinea quella che sarà una scuola di 300 m² con due aule e una segreteria.
Maestre coraggiose
Ma il sogno non dura a lungo: a giugno l’amministrazione civile israeliana invia un’ingiunzione scritta di stop ai lavori e a luglio un vero e proprio ordine di demolizione. Convoca poi in tribunale i rappresentanti della tribù Jahalin che, aiutata dai donatori, si dota di un avvocato e va in tribunale. L’avvocato che difende i Jahalin è un israeliano, si chiama Slomo Laecker e decide di non mollare.
La sua strategia difensiva fa perno sulla consapevolezza che il diritto allo studio è un diritto umano inalienabile e che i bambini devono andare a scuola. Così, nonostante l’ordine di demolizione e l’intimazione da parte israeliana di non utilizzare la struttura, le lezioni hanno regolare inizio. Arrivano anche le maestre, quattro giovanissime donne, determinate e combattive, che non hanno intenzione di cedere.
«Siamo arrivate al campo la prima settimana di settembre. L’incarico è arrivato direttamente dal governo dell’Anp (Autorità nazionale palestinese). All’inizio temevamo molto la demolizione, ora siamo più tranquille. Io ero spaventata per il fatto che si trattava di insegnare… in un deserto», racconta Haneen, docente di matematica e scienze. Haneen ha 26 anni e ha studiato chimica. Con lei ci sono Shamsa e Nida, che insegnano inglese. Ad agosto il Ministero dell’istruzione ha riconosciuto la scuola e si è impegnato a fornire i banchi, le lavagne e tutto il necessario per fare lezione.
Polo di socializzazione
Ora il campo sembra un altro: le mamme, giovanissime donne velate, escono allo scoperto. Finalmente non temono più gli occhi indiscreti degli stranieri. Aiutano le maestre a riportare l’ordine in classe, tengono pulito il cucinino a gas e la piccola stanza con il caffè, il tè e i biscotti per fare colazione. Durante i lavori di costruzione rimanevano chiuse nelle tende.
Qualche volta chiamavano altre donne e le volontarie a raggiungerle, nelle misere case di lamiera, per bere un tè caldo bollente. Più spesso non osavano avvicinarsi, intimorite. La scuola ha reso differente l’atmosfera del campo.
Si tratta del primo vero edificio solido e grande abbastanza per ospitare 48 bambini, tra decine di baracche e stalle, dove vivono più di 3.000 Jahalin una volta nomadi. La loro unica attività oggi è la pastorizia, allevano capre e cammelli. Un tempo erano gli allevatori del Negev, come i Kaabneh, gli Azazmeh e i Ramadeen, ma 50 anni fa hanno dovuto abbandonare il deserto e accettare di vivere in una sorta di riserva, in campi lontani e dispersi, attrono ad Hebron, Gerusalemme, Gerico o nella Valle del Giordano.
Oggi sono i più poveri tra i palestinesi poveri e non hanno molti diritti, soprattutto se i loro accampamenti rientrano nelle aree degli insediamenti israeliani, come nel caso di Maale Adumim. «Questa scuola è stata voluta e realizzata da loro. E’ un grande esperimento e anche una grande scommessa», spiega Massimo Annibale, il coordinatore di Vento di Terra.
Il contenzioso con Israele ora va avanti: gli abitanti di Maale Adumim, l’esercito, l’amministrazione civile sembrano non gradire né la scuola né tantomeno il via vai di cooperanti, diplomatici, internazionali che si alternano per visitarla. E il pericolo resta: questa piccola scuola allegra è diventata un punto di riferimento, un esempio di edilizia contro l’occupazione e rappresenta un precedente che Israele difficilmente potrà tollerare. Ma se vinceranno i Jahalin sarà anche la vittoria di tutti quelli che credono nella forza dei sogni e della determinazione.