Energia dalla terra per le case di Ramallah
“Vivere in Cisgiordania costa. Un affitto può raggiungere i mille euro al mese, riscaldamento e bollette del gas alle volte superano i 500 euro a trimestre. Noi vogliamo costruire delle case popolari che prendano l'energia direttamente dalla terra e che non costino oltre gli 80.000 dollari ad appartamento''.
Khaled Sabawi, venticinque anni, occhi e capelli scurissimi e un accento british, è un ingegnere palestinese che ha vissuto e studiato a Waterloo, in Canada.
Si è specializzato in sistemi ad energia rinnovabile. Poi è tornato a casa sua a Ramallah, nei Territori Palestinesi Occupati, e si è portato dietro l’esperienza maturata e l’idea di costruire case che si scaldino con l’energia geotermica, una delle ricchezze della Cisgiordania. E di recente anche gli Stati Uniti gli hanno dato credito: MENA Geothermal, la società che Khaled dirige dal 2007 ha firmato un accordo con la US Trade and Development Agency per uno studio di fattibilità che consentirà di costruire un distretto geotermico a 13 km da Ramallah. Fara' parte del progetto Kober: sorgeranno 34 edifici su un'area verde di 60.000 metri quadri con 522 appartamenti per 3000 palestinesi. Una sorta di distretto residenziale per poveri. Ogni edificio sarà ricoperto di pannelli solari.
“L’accordo che abbiamo firmato a gennaio di quest'anno con la Trade and Development Agency degli Stati Uniti ci assicura un contributo di 438.000 dollari per mettere a punto uno studio di fattibilità mirato ad un sistema di riscaldamento e raffreddamento geotermico in una zona di Ramallah, nel cuore dei Territori Palestinesi Occupati''. Spiega ancora Khaled, figlio di Mohammed Sabawi, profugo del 1948, che ha lavorato in Kwait e a Gaza e poi e' espatriato con la famiglia nel 1988 per raggiungere il Canada. Khaled ha studiato all'estero ma sapeva che un giorno sarebbe tornato a casa.
In effetti la Palestina punta da tempo sull'energia alternativa, un canale d’indipendenza economica e anche politica per il paese. Questo lo hanno capito Khaled Sabawi che con MENA ha già realizzato degli uffici e un centro commerciale geotermico a Ramallah. Ma anche il PERC, il Palestinian Energy Research Center e poi le Nazioni Unite. A Gaza la bioarchitettura non e' solo una scelta, e' dettata dalla necessità: non entrano materiali da costruzione e le case di fango, finanziate dall'Unrwa, l'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, sono diventate una realtà. Il nove febbraio scorso una famiglia di sette persone al campo profughi di Jabalia ha preso possesso di una casa di tre stanze, cucina e bagno, fatti di mattoni di argilla, a Gaza.
“Sappiamo che case veramente economiche si possono ottenere soltanto tramite uno sviluppo urbano sostenibile e un’efficienza energetica, necessarie ad un tenore di vita accettabile. Solo riducendo annualmente i costi di gestione una casa può esser considerata economica e la tecnologia geotermica ha questo obiettivo…”, dice ancora Khaled. Come funzioneranno le case geotermiche?
''La terra e' una specie di enorme serbatoio di energia, in grado di assorbire circa il 50% di quella solare. Il che significa 500 volte piu' di quanta ne abbia bisogno ogni anno un essere umano per vivere'', spiega Khaled. Soprattutto in un paese sempre pieno di sole coem la Palestina: la scarsità d'acqua e' un problema ma il sole puo' essere ancora piu' prezioso della pioggia in Palestina
''Quello che non tutti sanno – aggiunge il giovane ingegnere - e' che la temperatura nelle profondità della terra, a prescindere dalle stagioni, e' sempre costante. I sistemi geotermici possono attingere a questa energia con un sistema di tubi e la tecnologia fornita scalda e raffredda l'impianto centrale delle case o degli uffici''. Attorno al tema del risparmio energetico si muove già la comunità internazionale dei paesi donatori nei Territori Palestinesi: l'Italia e' uno di questi ma Spagna, Giappone e Germania sono tra i piu' interessati.
